sabato 1 ottobre 2022 — Solitudine moltitudine

Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27, 46)


Essendo Gesù modello dell’uomo, la Croce di Gesù è modello di ogni croce. Studiando la Croce di Gesù comprendiamo anche le tappe delle nostre croci. Una delle caratteristiche della Croce è sentirsi completamente soli. Ci sono due tipi di solitudine, quella in cui ci si sente isolati rispetto agli esseri umani ma resta il legame con Dio, e quella in cui ci si sente abbandonati anche da Dio. Come si sa dall’ordine degli eventi della Passione di Gesù, sentirsi abbandonati da Dio è il culmine della Croce. Dopo il grido: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, resta solo il tentativo di un soldato di dissetarlo con una spugna imbevuta d’aceto, poi Gesù muore.
Il culmine della Croce è dunque Gesù abbandonato. Chiara Lubich lo ha ben compreso, e ha fatto di Gesù abbandonato uno dei motti del Movimento dei Focolari.

Personalmente, ho sperimentato che sentirsi soli al culmine della Croce si accompagna con l’essere in mezzo alla gente ed essere sotto lo sguardo della gente. È una solitudine atroce. Ci si sente completamente abbandonati ma allo stesso tempo si è in mezzo a una moltitudine che guarda. La moltitudine, guardando, capisce cosa provi. Si immedesima in te. Nessuno, però, muove un dito. Anzi, la moltitudine gode nel vedere uno in quelle condizioni. Doveva essere la sensazione di tutti coloro che in passato subivano, come punizioni, supplizi. Vedere uno che soffre al nostro posto genera spesso consolazione. È la reazione animale dell’uomo. Mors tua, vita mea. Se l’uomo vuole però elevarsi a qualcosa di superiore, cioè essere pienamente uomo e vivere la dignità che ciò comporta, deve seguire la Parola di Dio: “Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto” (Rm 12, 15).

Ho vissuto al massimo questa fase della croce, questa solitudine-moltitudine, quando facevo il corriere in centro a Brescia. Dovevo spesso camminare con in spalla una borsa piena di pacchi per le piazze principali della città (piazza Duomo, piazza Vittoria e piazza Loggia), più i corsi pedonali (corso Mameli, corso Zanardelli e corso Palestro). Intorno a me, gente seduta ai tavoli che mi guardava sudare e faticare. Come mi vergognavo. Sentivo i pensieri della gente: “Non è capace. È alle prime armi”. Sentivo gli scherni dei ragazzi: “Corriere Amazon, che valutazione diamo?”. Arrossivo per la vergogna. Non c’era niente di cui vergognarsi, ero pur sempre al lavoro. Però era per me una situazione difficile, un lavoro già di per sé croce, in cui mi sentivo abbandonato da tutti, costretto a farlo e con nessuno disposto ad aiutarmi, cioè a togliermi dalla mia miseria; in più ero osservato con attenzione da moltitudini di persone che erano in grado di leggere perfettamente le mie emozioni. C’era inoltre chi guardava con livore e invidia, i commercianti il cui lavoro è diminuito causa Amazon. Poche volte ho sentito il sostegno della gente. Per lo più ero osservato, schernito e odiato. Tre anni così. Sono stati difficilissimi.

Per sei mesi, ringraziando Dio, ho consegnato in campagna ed è stata tutta un’altra vita. Adesso sono tornato in città, alternando con la campagna. Uffa. 


sabato 24 settembre 2022 — Cambio di regime

Presso il villaggio di Albocásser, Yuste ed Erquicia erano contro il regime appena salito al potere, perciò temevano in ogni momento una rappresaglia. Yuste, per prima cosa, pensò a Ibanez, la sua cagna, che aveva appena avuto una cucciolata. Disse: “Se vengono a portarci via, devi sapere come sopravvivere!”. Le mostrò i luoghi dove c’erano acqua e cibo e dove poteva nascondersi. “Questo è il lavabo, basta tirare la leva ed esce l’acqua. Questa è la dispensa, qui c’è ogni sorta di carne essicata e in scatola, dovrai usare i tuoi denti per aprire le scatole. Inoltre ci sono pane di orzo e carrube in quantità. In questa botola, sollevando il coperchio e scendendo la scala di legno, potrai portare i tuoi cuccioli per nasconderli”. Ibanez seguiva scondinzolando, ma a ciascuna tappa e a ciascuna spiegazione abbaiava e guaiva, facendo due o tre passi all’indietro; si lamentava perché sarebbe dovuta restare sola in quella casa, non voleva che la famiglia che amava se ne andasse. Il 17 luglio, uomini del regime arrivarono a casa di Yuste ed Erquicia e portarono via loro e i figli Moles, Noguera e Molina. Li misero in un carcere dove Yuste ed Erquicia morirono di fame. I figli fecero ancora in tempo a vedere il cambio di regime e a tornare. Trovarono che la casa era stata occupata da una famiglia fedele al regime. Girando per il bosco a cercare cibo trovarono Ibanez coi suoi cuccioli ormai cresciuti. Da tempo avevano finito quanto c’era in dispensa, e infine erano stati mandati via dai nuovi inquilini. Ibanez aveva imparato a cacciare, e così i suoi quattro cuccioli ormai cresciuti. I cuccioli furono battezzati Benildo, Bustos, Juanmarti e Nadal. Presto i figli di Yuste trovarono lavoro presso le piantagioni, e si trasferirono nei tuguri con gli operai. Ibanez e i suoi cuccioli andavano sempre a trovarli, per far due salti e due scodinzolate.

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