domenica 3 marzo 2019 — La preghiera di domanda mette in croce Gesù

Una delle cose più essenziali della religione cattolica, del sacrificio di Cristo, è che contiene la semplicissima nozione: mors tua, vita mea. Qualcosa deve morire affinché qualcosʼaltro abbia vita.

Questa semplicissima ma verissima legge è osservabile molto facilmente in natura. Basta guardare la catena alimentare. Qualsiasi specie è tenuta in vita grazie al sacrificio di unʼaltra specie.

Lʼuniverso è un continuo, unico sacrificio. Tutto ciò che costantemente muore lascia spazio a ciò che resta in vita.

Lʼintero universo si sacrifica in continuazione, in una qualsiasi delle sue parti. Ma la morte di una parte significa la vita di unʼaltra.

Ogni volta che constatiamo che siamo ancora in vita, non possiamo che constatare, allo stesso tempo, che se lo siamo significa che qualcosʼaltro è morto o sta morendo.

Ci sono posti negli ospedali. Chi li prende? Tu o io? In qualsiasi momento possiamo pensare di essere a casa nelle nostre comodità e in piena salute, mentre qualcun altro sta passando le pene dellʼinferno in ospedale.

Questo qualcun altro che prende il nostro posto nel soffrire e nel morire, in modo che noi possiamo andare avanti, in modo che noi siamo, qui e ora, ancora in vita, è sempre Cristo. O meglio, è il corpo di Cristo. È una sua parte. In ogni caso è Cristo. È sempre Cristo che compie il sacrificio estremo di dare la sua vita per la nostra. Questo vale per sempre, per tutta lʼeternità. Era vero prima della sua venuta sulla terra – durante la quale ci ha reso manifesto cosa fa e cosa ha sempre fatto – ed è vero sempre. È sempre stato vero.

Lʼuniverso ha una parte che si sacrifica in continuazione affinché lʼaltra parte viva. La parte che si sacrifica è Cristo. Perché Cristo non è solo uomo. Cristo è anche gli animali. Cristo è la natura. Cristo è la gazzella mangiata dal leone. Cristo è lʼinsalata mangiata dallʼessere umano. Cristo è il pane. Il cibo. Il cibo è il sacrificio. Cibo è ciò che dà vita morendo. Cristo è cibo. Ogni forma di cibo.

Non occorre, in effetti, che passi per la bocca. Un fratello che si mette davanti mentre stanno sparando al suo fratello e prende la pallottola al suo posto, e muore invece di lui, dà la vita al fratello. Anche se il fratello non lʼha mangiato, è come se lʼavesse mangiato. Quel fratello è diventato cibo per lui.

Il momento più triste della Messa secondo me è quando si recita: “Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi. Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi. Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, dona a noi la pace”. In questa preghiera siamo consapevoli di chi è colui al quale ci stiamo rivolgendo. Nel senso che siamo consapevoli di cosa fa, di qual è la sua funzione. Sappiamo che per togliere i nostri peccati deve prenderli su di sé e morire di una morte atroce. Nonostante questo, invece di dirgli: “Aspetta, voglio morire io al posto tuo”, gli chiediamo: “Abbi pietà di noi”, che significa: “Muori per noi”. Capite? In questo momento, con questa preghiera stiamo esplicitamente chiedendo a Cristo di ripetere il suo sacrificio. Questa preghiera è il massimo della nostra ipocrisia. Mai che ci mettessimo noi al suo posto per salvare lui – ma questa è una cosa che non possiamo fare, non possiamo salvare chi è senza peccato; lʼunica cosa che possiamo fare è accorparci a lui, diventare Cristo offrendo a nostra volta il nostro sacrificio.

Ma finché facciamo questa preghiera secondo me siamo ipocriti. “Abbi pietà di noi”. Significa: “Muori per noi”. Glielo stiamo chiedendo. Non ci basta che lʼabbia fatto già. Sappiamo cosa ha fatto. Sappiamo che eravamo persi e che lui ci ha salvato.

E gli chiediamo di farlo di nuovo.

“Abbi pietà di noi”. “Salvaci”. “Compi unʼaltra volta il tuo sacrificio espiatorio”. Perché è morendo, andando in Croce, che Gesù ci salva.

Ogni volta che facciamo una preghiera a Gesù, ogni volta che gli chiediamo qualcosa, gli stiamo chiedendo di salire sulla Croce.

Ora, in passato, nellʼAntico Testamento, non si sapeva cosa succedeva a Dio ogni volta che gli si faceva una preghiera, ogni volta che gli si chiedeva qualcosa. Certo, tutto era implicito nel sistema dei sacrifici. In qualche modo si capiva che era legato alla divinità il principio del: mors tua, vita mea.

Ma non è stato finché Cristo è venuto che si è capito che lʼunico vero sacrificio è quello di Dio. È Dio che si sacrifica, o meglio che sacrifica il suo corpo – la parte sacrificabile – ossia tutta la natura, affinché lʼuomo viva.

Ogni volta che facciamo una preghiera e chiediamo qualcosa per noi, dobbiamo sapere che, se siamo esauditi, qualcosʼaltro nellʼuniverso sta morendo.

Meglio offrire noi stessi affinché qualcosʼaltro nellʼuniverso viva. È questa la strada della salvezza. Offrirsi in sacrificio. Tanto lʼuniverso è tutto comunque sacrificio.

Che differenza fa che questa cosa muoia perché quella viva, o che quella muoia perché questa viva? Lo sceglie Dio. Lo stabilisce Dio cosa vive e cosa muore. E lo stabilisce sulla base di cosa è meglio per lʼuniverso intero.

Se nella preghiera chiediamo, istighiamo, o meglio accettiamo, il sacrificio di qualcosʼaltro nellʼuniverso. (E questo qualcosʼaltro è sempre Corpo di Cristo). Se chiediamo, perciò, ci facciamo carnefici di Cristo.

Solo se la nostra preghiera è offerta di noi stessi, possiamo evitare di trasformarci volontariamente in carnefici di Cristo. Lʼunico modo per non uccidere Cristo è diventare Cristo.

Ecco perché Dio a vari santi e sante ha detto: “Tu prega per gli altri, che a te ci penso io”. La vera preghiera, il massimo della preghiera è lʼofferta di sé a beneficio degli altri. Lode, ringraziamento, preghiera per gli altri accompagnata da offerta di sé. Ecco le tre forme di preghiera accettabili.

Con la semplice preghiera di domanda – che va bene per i principianti perché almeno con essa instaurano un rapporto con Dio e danno corpo alla propria fede – non si fa altro che uccidere Gesù.

domenica 17 febbraio 2019 — The first unhappiness

If you are unhappy in one place and you quit, in order to get rid of that unhappiness, you'll end up carrying that unhappiness with you forever, everywhere.

Possibly, indeed, that very same unhappiness will increase and multiply. Because the only way to live the smallest amount of unhappiness in life - the fixed amount that everyone is given - is to grab and suffer the very first unhappiness assigned without running away.
The more one keeps running away from the assigned unhappiness, the more one will keep stumbling into bigger and bigger unhappinesses.

In history?

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