giovedì 23 settembre 2021 — Le tre sofferenze

Se uno legge la filosofia antica, il cui culmine sono Platone e Aristotele, tutto ciò che ne ricava, al massimo, è che l’uomo è composto di corpo e anima.

Poi uno va a leggere la Sacra Scrittura, che è Parola di Dio, e trova San Paolo che al capitolo cinque della prima lettera ai Tessalonicesi fa questo augurio ai destinatari: “Il Dio della pace vi santifichi fino alla perfezione, e tutto quello che è vostro, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo”.

Quindi non ci sono solo corpo e anima, c’è anche lo spirito...

Ora, San Paolo conosceva alla lettera la cultura del tempo, era perfettamente preparato in tutto ciò che possiamo definire filosofia antica.

Da dove ha tirato fuori San Paolo questa cosa dello spirito?
Secondo me è un insegnamento di Gesù, arrivato, attraverso i discepoli, a San Paolo. Gesù ha parlato di Agios Pneumatos, Spirito Santo, che è lo Spirito di Dio. Ma di Spirito di Dio si parlava già nell’Antico Testamento.
Da dove ha tirato fuori San Paolo che c’è uno spirito anche nell’uomo? Altra ipotesi: era una teoria giudaica.

Mi sono sempre immaginato lo spirito come una parte dell’anima, non come una cosa al di fuori di essa. Come il tuorlo di un uovo, o come il buco di una ciambella. È qualcosa che ha natura diversa dall’anima, e di certo ne è superiore, ma superiore non vuol dire per forza più in alto, può voler dire più in centro...

Ad ogni modo, ciò di cui volevo parlare facendo questa premessa non è tanto il come gli insegnamenti del Signore o la cultura giudaica siano arrivati all’aggiunta dello spirito oltre al corpo e all’anima quale terzo costituente dell’uomo. Da quando ho scoperto che in San Paolo c’è tale suddivisione, dato che è Parola di Dio, l’ho presa per assodata, vera, scontata. Più di ciò non so dire.

Da allora, anche dopo aver letto il libro Notte oscura di San Giovanni della Croce, ho elaborato una teoria della sofferenza che si basa appunto sulla suddivisione dell’uomo che si trova in San Paolo. Avendo l’uomo tre parti, spirito, anima e corpo, ha anche tre tipi di sofferenza, a seconda che la sofferenza sia dello spirito, dell’anima o del corpo.

Era sufficiente la filosofia greca, in particolare Platone, per dire che l’anima è più importante del corpo. L’anima comanda sul corpo, perciò è superiore.
Se l’anima è più importante del corpo, la sofferenza dell’anima è più importante della sofferenza del corpo, è quindi maggiore. Figuriamoci, dunque, la sofferenza dello spirito, che, secondo la gerarchia in cui lo troviamo collocato nella lettera di San Paolo, è superiore sia all’anima sia al corpo.

Ci sono quindi tre sofferenze, la sofferenza del corpo, la sofferenza fisica, che è la minore. La sofferenza dell’anima, la sofferenza morale, che è la mediana. Infine la sofferenza dello spirito, la più grande.

Lo spirito, per quanto posso dire io, è la parte dellʼuomo attraverso cui entra in contatto con Dio.

Gesù, che sulla Croce ha vissuto la più grande sofferenza che è mai stata, la sintesi di tutte le sofferenze, la sofferenza perfetta, ha vissuto tutte e tre le sofferenze. È facile vedere come la sofferenza dello spirito sia il culmine della Croce. Dopo essa c’è la morte.

Sofferenza fisica. Conosciamo tutti le sofferenze fisiche che Gesù ha sofferto il giorno della Passione. Si parte da schiaffi e percosse, per passare da flagelli e corona di spine, fino alla salita al calvario con la Croce sulle spalle legato a due criminali, all’essere inchiodato alla Croce e sollevato su essa. Basta vedere The passion of the Christ di Mel Gibson per farsi un’idea.

Le altre due sofferenze, morale e spirituale, sono un po’ più sottili da afferrare.

Sofferenza dell’anima. Sono convinto di essere nel giusto. Sono convinto di essere in missione per conto di Dio. So di non aver peccato, so di non aver mai fatto nulla di male. So di aver sempre fatto la volontà del Padre.
Ciò che ne ricavo è rifiuto da parte degli uomini. L’annuncio che faccio, dichiarando di essere il Figlio di Dio, insieme a tutti gli altri insegnamenti che do, alle guarigioni e ai miracoli che opero, sono la parte più importante della mia vita, del mio essere. Sono le cose più preziose per me. Non sono solo parole di insegnamento che poi non vivo. No, conformo la mia vita totalmente alle parole che dico.
Ciò che sono, che dico e che faccio diventa oggetto di rifiuto. Ma come, se faccio cose buone dovrei ricevere apprezzamento... Se vengo nel nome del Signore dovrei ricevere giusto riconoscimento... Eppure non vengo riconosciuto.
Vengo rifiutato, non vengo creduto, c’è chi crede che magari lo faccia per soldi, o per il potere. C’è chi addirittura mi prende in giro. “Salva te stesso”, “Salve, re dei giudei!”. Sono sbeffeggiato, preso in giro nelle cose che rappresentano nel mio intimo ciò che nella mia esistenza è più importante. Quale dolore devo provare per questo rifiuto! È come quando faccio sentire la mia canzone preferita alla mia ragazza e lei dice: “Tesoro, non ti arrabbiare, ma fa schifo! Ahahahah!”. O quando i miei compagni di classe mi prendono in giro perché gioco a Magic: The Gathering, che per me è il non plus ultra
Questo chiamo dolore morale.

C’è una sofferenza ancora più grande.
Sofferenza dello spirito. Prima ero convinto di essere unito a Dio. Di fare tutto per conto di lui. Ero convinto di essere nel giusto, e che gli altri sbagliassero nel prendersela con me. Dicevo: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Non avevo nessun dubbio di aver fatto tutto bene nella vita, di aver seguito sempre la volontà del Padre e di non essermi mai discostato dalla giustizia, dai buoni costumi, dalle opere buone.
Di colpo tutto questo viene meno. “E se avessi sbagliato?”. “E se tutto ciò che credevo di far giusto in realtà era sbagliato?”. “Padre, perché tutti mi danno contro? Non è che hanno ragione loro?”. “Perché sono qui, condannato a morte, legato a criminali che non hanno fatto altro che male nella vita?”.
Ecco il punto culmine della Croce, quando Gesù si sente separato dal Padre. È proprio qui che pronuncia la famosa frase, citando il Salmo 21: “Elì, Elì, lemà sebactàni?”, “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?”.
Ebbene sì, anche Gesù ha provato la notte oscura, la notte dello spirito. In questa condizione ci si sente come i più grandi peccatori, abbandonati da Dio. Dio non rifiuta, forse, i più grandi peccatori, e non li abbandona a se stessi, quando sono impenitenti e rifiutano di pentirsi, di riconoscere i propri peccati e di chiedere perdono?
Nei salmi ci sono eventi di questo tipo in cui Davide, parlando per il popolo, lamenta l’abbandono da parte di Dio. “Dio, ci hai castigati per nostri peccati!”, “Dio, quando ritornerai a noi?”, “Fino a quando, Signore, fino a quando ci guarderai con sdegno a causa dei nostri peccati, e tornerai a essere nostro alleato e a schierarti col nostro esercito, invece di continuare a lasciarci nelle mani dei nemici?”.
È questa la sofferenza più grande che si possa provare, la lontananza da Dio. È la sofferenza che provano i grandi peccatori, i quali sentono Dio come nemico.

Gesù ha provato questa sofferenza al culmine della Croce. Anche i santi possono provare questa sofferenza. San Giovanni della Croce ha descritto bene questo fenomeno in Notte oscura, dove dice che Dio fa attraversare ai perfetti questa tenebra per purificarli e perfezionarli ancora di più.
Dopo il culmine della Croce, infatti, c’è la morte, e dopo la morte la Risurrezione.

Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio si fece buio su tutta la terra. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Costui chiama Elia». E subito uno di loro corse a prendere una spugna e, imbevutala di aceto, la fissò su una canna e così gli dava da bere. Gli altri dicevano: «Lascia, vediamo se viene Elia a salvarlo!». E Gesù, emesso un alto grido, spirò.

giovedì 16 settembre 2021 — Santità è dare tutto

ci ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce (Col 1, 12)

Dio non ha forse scelto i poveri nel mondo per farli ricchi con la fede ed eredi del regno che ha promesso a quelli che lo amano? (Gc 2, 5)

Ci sono varie persone non credenti che, quando vengono a sapere che sono credente, storcono il naso.
Il fatto è che sono un po’ in sovrappeso, sono pigro e ciò si vede dalla mia casa, a volte ho delle arrabbiature, sul lavoro non sono tra i migliori ma nella media, mi piacciono le donne e, specialmente tra colleghi, per fare gruppo mi lascio andare a commenti, nonché a qualche parolaccia.
A periodi perdo il gusto per le cose religiose. Certe volte mi trascino a messa la domenica perché è di precetto, ma non andrei alla messa feriale e soprattutto non vado più, come facevo, a fare Adorazione nel giorno libero.
L’unica cosa costante in me è la preghiera. Prego tutte le mattine in ginocchio perché siccome devo stare nove ore sulla strada ho paura di andare a schiantarmi. Già che ci sono prego per le varie intenzioni che mi hanno affidato. Mi metto sul letto e pratico l’orazione mentale. Durante la giornata invoco mentalmente Dio con giaculatorie tipo: “Gesù, aiutami”, “Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore”, che so anche in greco: “Kyrie Jesu Christe, theu yie, eleison eme amartholon”, dico delle Ave Maria, dico anche solo: “Maria!”, come consigliava San Massimiliano Kolbe. Questa l’ho inventata io, da dire specialmente nei momenti avversi: “Signore Gesù Cristo, ti ringrazio per tutto ciò che mi hai dato nella mia vita e per tutto ciò che mi stai dando”. O quella inventata da suor Maria Consolata Betrone: “Gesù, Maria, vi amo, salvate anime”. Però non spendo, ecco, più di tre quarti d’ora quotidiani in preghiera. Non so da quanto tempo non riesco a finire un rosario, perché lo dico a letto e mi addormento.
Dico queste cose per dire che non sono certo perfetto, cioè non sono un perfetto esempio di virtù. In particolare non sono perseverante. Ciò non impedisce che io sia credente e che provi a invocare l’aiuto divino. Sarà poi Dio a decidere se esaudirmi. Ma in quanto uomo, piccolo o grande, ho questa prerogativa, di poter provare a chieder grazie.

Le persone, in genere, più che altro perché non ci hanno mai pensato, non distinguono tra santità e virtù.

Santità e virtù sono cose diverse.

Per quanto riguarda la santità, consiglio di leggere il dialogo platonico Eutìfrone, breve ma non facilissimo. Però aiuta a capire che la santità è la caratteristica della divinità di dare gratuitamente, cioè senza chiedere nulla in cambio. Avendo letto Eutìfrone, e poi vedendo l’esperienza di Gesù, ci si rende conto di come Dio sia abituato a dare tutto, solo che Dio Padre ha risorse infinite, mentre Dio incarnato ha risorse finite... a un certo punto dare tutto di sé, se si partecipa dell’umanità, significa morire.

Per quanto riguarda la virtù, si può ricordare ciò che diceva Aristotele, cioè che è un abito. Più fai una cosa, più la farai. Non mi dilungo su cos'è la virtù perché credo sia facile. Ricordo solo che le quattro virtù cardinali sono giustizia, saggezza, temperanza e coraggio, e che il discorso su grandezza e piccolezza delle persone è legato al discorso sulle virtù.

Ciò che mi interessa comunicare è che santità e virtù sono cose diverse. Si consideri questa sentenza: “Una persona piccola (dal punto di vista della virtù) può raggiungere la santità a patto che dia tutto se stessa”. Questa è la buona notizia, cioè che tutti possono salvarsi.
Un tempo si pensava che in Paradiso ci fosse solo chi aveva grandi doti, chi faceva grandi cose, chi otteneva grandi risultati, chi riusciva ad aderire alla lettera ai precetti di giustizia, chi non si lasciava andare al minimo vizio, chi si distingueva per sapienza, ecc.
La buona notizia che Gesù è venuto a dare è che tutti siamo candidati al Paradiso. L’importante è dare tutto. Se si ha poco, l’importante è dare tutto il poco che si ha.

Si vede, tra l’altro che per un piccolo è più facile andare in Paradiso che per un grande. Un piccolo soffre più facilmente, ha poco da dare, fa presto ad arrivare al limite. Infatti fa parte della buona notizia l’idea che Dio è per i piccoli. Se uno ha di che sfamarsi, che bisogno ha di chiedere aiuto alla Provvidenza? Dio va prima ad aiutare chi ha veramente bisogno. Poi pensa agli altri. Santa Teresina parlava di: "Amore alla propria nullità", proprio perché la piccolezza, i limiti sono luogo e motivo d’incontro con Dio.

Questo, ovviamente, non deve essere pretesto per stare ammollo nei peccati e nei vizi. Ciascuno è chiamato a dare il meglio di sé. L'importante è sapere che non sono i risultati che contano, specialmente non conta il paragone con gli altri, ciò che conta è essersi spesi totalmente, aver dato tutto agli occhi di Dio.

In history?

Powered by Blogger.